top of page
a cura di Lions Club Arezzo Chimera
la cacciata dei diavoli dalla turrita Arezzo.jpg

La Turrita Arezzo

a cura di Anna Bartolini

Introduzione

Già presenti fin dall’antichità, con funzione sia di controllo del territorio che di difesa e, per la loro verticalità, come simboli religiosi, le torri costituiscono la più iconica e diffusa delle emergenze architettoniche che caratterizzano l’immagine urbanistica e paesaggistica dell’Età medievale; quando la difesa, il controllo e il presidio del territorio e delle città, costituivano un’esigenza vitale ed inderogabile.

Questi edifici, a prevalente forma quadrangolare, allungata e svettante non meno di trenta-quaranta metri (in città la maggiore o minore altezza variava in base al censo della casata) ed allo stesso tempo compatta e solida, fatti di pietre e/ o di mattoni, rafforzati alla base, erano veri e propri edifici difensivi sostanzialmente inaccessibili, con le loro pareti diritte e con la mancanza di aperture che non fossero delle strette feritoie. I pochi accessi erano collocati in alto e si raggiungevano solo attraverso scalette di legno che, dopo l’uso, venivano  rimosse. Talvolta, sempre in alto, si trovavano dei passaggi  che mettevano in comunicazione  questi edifici con quelli limitrofi tramite passerelle lignee anch’esse rimovibili. Spesso internamente alle torri si trovava un pozzo che poteva  garantire la sopravvivenza in caso di lunga, forzata  permanenza. La copertura poteva essere  in laterizio oppure a merlatura. Prima dello sviluppo dell’artiglieria le torri costituivano quindi dei veri e propri  fortilizi che si innalzavano, in gran numero, in punti strategicamente significativi. Talvolta le torri erano collegate tra di loro e intervallate da blocchi di case e riproponevano lo schema dei castelli del contado con cortile interno, pozzo, orto, attività artigianali, stalle e magazzini che garantissero la sopravvivenza in caso di scontri intestini in ambito urbano. Tali strutture venivano definite Castellari o piazze. In Arezzo ne esistevano sicuramente all’interno della  cittadella più antica, posizionata dove si trova oggi il Prato ma la sua totale distruzione li ha del tutto cancellati.

Le torri di avvistamento, esterne alle città, isolate nel territorio,  spesso in posizione in zone sopraelevata facevano spesso riferimento a quei  castelli che costituivano i più importanti presidi militari di un determinato luogo. Se pure  in massima parte scomparse, ancora oggi, nei rilievi della campagna italiana, ne restano tracce significative.

La casa torre medievale poteva accogliere e proteggere con le sue strutture difensive, un gruppo familiare consistente e importante oltre a rappresentarne il potere, il prestigio, la ricchezza e servirne l'occupazione principale: se l’edificio apparteneva ad artigiani o commercianti, nella parte sotterranea vi si depositavano i materiali oppure potevano trovarvi posto concerie e tintorie. Al pianterreno si aprivano i portoni che immettevano nelle botteghe  e nei retrostanti laboratori. Il piano superiore era detto piano nobile ed ospitava la sala di rappresentanza  per ricevere i clienti più importanti o per accogliere feste e banchetti. Più in alto ancora si trovavano le altre stanze della casa e, all’ultimo piano, la cucina onde contenere la pericolosità di  eventuali incendi. Per la funzione difensiva, le torri furono dotate di merlature e beccatelli oltre che di ballatoi per le ronde.

Con l’attenuarsi  di quelle esigenze di difesa che erano nate con le ricorrenti invasioni  susseguitesi nell’età tardo antica ed in quella alto medievale e con il diffondersi  dei borghi e delle città, anche le torri modificarono il proprio aspetto e le proprie funzioni . Fin dall’inizio dell’età comunale, nacquero le case torri (S. Niccolò  e interno di via Mazzini). Porte e portoni ne resero comodo ed agevole l’accesso, le finestre si ampliarono favorendo l’ingresso di aria e luce nei locali interni che divennero più confortevoli, si moltiplicarono  strutture esterne quali balconi, ballatoi, logge e altane, in legno e muratura. (Poteva essere presente anche una specie di primitivo gabinetto che scaricava nel cortile interno dove i contadini si approvvigionavano di concime. L’urina veniva utilizzata per la tintura dei panni.) Insomma anche la borghesia, pur volendo  abitare in modo più comodo e funzionale alle proprie attività mercantili, desiderava comunque vivere in una torre che continuava ad essere un simbolo di prestigio. Gradualmente, con il mutare delle condizioni  storico-politiche ed economiche,  questi edifici si ridussero in altezza e si ampliarono fino a divenire grandi e confortevoli  palazzi.

Arezzo e le sue Torri

La storia della città di Arezzo, affonda le proprie radici in epoche assai antiche con i primi insediamenti in età preistorica. Potente e cospicua lucumonia nella Dodecapoli etrusca; fiorente centro strategico ed economico in epoca romana tra il I secolo a.C ed il I d.C.; Arezzo tuttavia visse il suo massimo sviluppo culturale, economico e militare nel secolo XIII° ed in parte del XIV°. Possiamo quindi immaginare come nei secoli suddetti anche il profilo urbano di Arezzo fosse caratterizzato dalla numerosa presenza delle più diffuse  e tipiche emergenze edilizie che connotarono l’aspetto delle città medievali: le torri. Senza  dubbio la sua “forma urbis” doveva apparire del tutto  simile a quella di tanti altri agglomerati  urbani coevi che affidavano la propria protezione e sicurezza a mura poderose e ad innumerevoli torri alte e robuste.

Arezzo, vide il suo maggiore sviluppo relativo alle torri, in epoca comunale (sec. XI-XIII ) in concomitanza con la volontà del nuovo potere di inurbare, talvolta tramite incentivi  e talaltra forzosamente, la riottosa nobiltà del contado per esercitare su di essa, un diretto controllo e per liberare i territori del contado da quei privilegi feudali che rallentavano lo sviluppo del libero commercio, alla base dell’economia comunale. I nobili inurbati costruivano ognuno la propria torre come strumento di difesa e offesa (la vita cittadina era travagliata, lo sappiamo, da continue lotte intestine per il potere) e come simbolo del proprio censo. L’aristocrazia del contado si integrò nella nuova realtà economica, usufruendo non più solo delle ricchezze derivanti dalle vaste proprietà agricole ma inserendosi anche, nelle varie e redditizie attività commerciali cittadine. Le torri venivano edificate, solitamente, vicino alle porte della cinta muraria in modo da permettere, se necessario, una rapida uscita della città per raggiungere, più rapidamente possibile, il castello di origine ubicato nel contado. Si privilegiavano inoltre le principali direttrici viarie come il Borgo Maestro, o gli incroci come il Canto dei Bacci dove sorgevano quattro torri: dei Bacci, dei Berardi , dei Bostoli all’angolo con via Mazzini e quella all’angolo con via Cavour (restano solo le prime due) .Venivano edificate inoltre all’inizio o alla fine della strada  lungo la quale insistevano le abitazioni della famiglia o attorno alla piazza principale di Arezzo, quella Platea porcorum  che sembra fosse allora posizionata più a nord di quella attuale.

Torre di Palazzo Bacci

Torre di Casa del Petrarca

Via fra le torri

Torre della Bigazza

Torre Camaiani

Torre del Palazzo del Vescovo

Si deve tuttavia rilevare come la nostra città manchi di una organica ricerca storica sulle torri che ne prenda in esame il periodo di costruzione e l’appartenenza. Restano solo alcuni atti notarili che tuttavia non ne indicano neppure l’ubicazione.  E ciò è dovuto alla già più volte citata distruzione degli archivi comunali, che ha prodotto vaste ed  irrimediabili  lacune. Gli storici che hanno dedicato la loro ricerca alle torri urbane, hanno infine rilevato che anche in età medievale, Arezzo non ne fosse particolarmente dotata. (G. Paolo Sharf  e Vittorio Franchetti Pardo). Il primo che basa il proprio studio sugli atti notarili dell’epoca, segnala il grande divario esistente tra quelli relativi alle case e quelli riguardanti le torri. Ne individua solo undici e ad esclusione della torre Bassamonte in cima a via Cesalpino, Ricoveri in Piaggia del Murello e Camaiani in via Bicchieraia, delle altre non indica l’ubicazione. Franchetti Pardo , a sua volta, riferendosi a due diversi  dipinti, quello di Giotto ad Assisi databile alla fine del XIII secolo e quello più tardo (1452) ad opera di Benozzo Gozzoli in Montefalco, sottolinea come in ambedue, la presenza di torri nel panorama urbano aretino, non appaia notevole.

In relazione alle due opere citate, si deve osservare  come l’immagine di Arezzo dipinta da Giotto, appaia sostanzialmente allegorica se si esclude il particolare dell’imponente cattedrale esterna alle mura della città (S.Donato al Pionta) la cui immagine tuttavia contraddice lo stile romanico che, in realtà, la caratterizzava. E comunque, data la piccola porzione di città rappresentata, vi appaiono  cinque torri.

Nel dipinto di Benozzo Gozzoli  la città è rappresentata in modo convenzionale ma con aspetti realistici che tuttavia si riferiscono all’Arezzo del Quattrocento non a quella medievale. E comunque, in questo dipinto appaiono ben nove torri.

Nel tardo Medioevo, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, si ebbe una prima trasformazione  dell’aspetto urbano riferibile alle torri: esse si mutarono in case torri che alla funzione militare e difensiva aggiunsero quella di civile abitazione. Soprattutto lungo il Borgo Maestro la nobiltà aretina si insediò in questo tipo di abitazioni che, con le loro massicce bozze grigie, in pietra serena, dettero al centro cittadino un aspetto imponente e austero. Nel XV secolo, le torri  urbane, per le mutate condizioni storiche, militari ed economiche, cominciarono ad essere abbattute e l’aspetto delle città andò trasformandosi significativamente  anche in concomitanza  con la perdita definitiva dell’indipendenza (1384).

Le torri, così come apparivano fino ad allora, piano piano divennero molto meno numerose  tra le emergenze del panorama urbano. Venivano abbattute o abbassate per motivi politico-militari dai fiorentini, o rovinavano, con esiti spesso drammatici, per l'incuria, eventi atmosferici o tellurici, o restavano non più utlizzabili per l’usura del tempo (nel sec XVIII crollò una torre in Borgunto  e con le sue pietre fu lastricata la strada). Una volta abbattuteal loro posto venivano creati orti e il materiale accumulato dalla rovina, veniva utilizzato per nuove costruzioni. Quelle rimaste vennero inglobate in palazzi divenuti le nuove abitazioni del notabilato cittadino. Ormai le dimore gentilizie apparivano ampie, con grandi ingressi e finestre  oltre che ingentilite da decori architettonici anch’essi corrispondenti al censo ed al prestigio del casato.

Ma prima di quest’epoca, tra la nascita del Comune (sec XI) e la perdita dell’indipendenza,( sec.XIV )  proviamo a stabilire quante fossero le torri di Arezzo considerando quelle ancora presenti nel centro città, quelle citate dagli storici ma non più leggibili, inglobate come sono all’interno di nuovi edifici, o quelle citate ma di cui non resta più alcuna traccia. Forse il numero delle torri aretine sarà, alla fine, assai più numeroso di quello che si è detto.

Durante la dominazione  dei Longobardi e dei Franchi, i ceti dominanti, civili e religiosi, procedettero sia al recupero delle preesistenti torri romane  che alla costruzione di nuove. In questo periodo, nella Cittadella posta nel colle di S. Donato, sorgevano, in particolare nel Cassero interno alla struttura, la torre di S. Donato e la Tolda. Da un disegno datato 1436, si evidenziano almeno sei torri identificabili oltre che con le due citate, con quella Guelfa, di S. Alberto e S. Matteo.

Un ulteriore documento costituito da un disegno risalente al 1534, quando i Sangallo ripresero i lavori interrotti nel 1508, individua nel perimetro murario della fortezza, la torre di S. Donato nel bastione della Chiesa, la Tolda nel bastione del Soccorso, la Guelfa in quello del Belvedere, S. Alberto vicino al bastione della Diacciaia, e la Porta forse con quello della Spina. Di queste torri non resta che qualche reperto di quella di S. Donato. Tutta l’area della Cittadella fu, come sappiamo, completamente abbattuta per volontà di Cosimo I de’ Medici, dal 1539.

Esterna alla Cittadella ma comunque nell’antico centro storico cittadino, si può individuare la torre Apolloni, un tempo di grande altezza certamente presente già prima del XIII secolo.

Le ultime torri costruite nel sec. XIV furono costruite dal Comune con funzione di rappresentanza come la Torre Rossa, in mattoni, innalzata nel 1318 che affiancava il Palazzo Comunale sito presso l’attuale via Pellicceria, quella del Palazzo dei Priori, attuale torre del Comune, quella del Palazzo del Popolo, sito nell’attuale Praticino e quella del Rastrello elevata all’ingresso dell’antica Cittadella.

Si ricorda che alcune torri sopravvissute intatte alle ingiurie del tempo, furono in parte abbattute nell’Ottocento come quella del Palazzo del Vescovo in via di Seteria che con la sua imponenza, impediva la vista, a chi risalisse lungo il Corso, del campanile della Pieve. Le sue pietre servirono per la costruzione, nel 1830, del  teatro Petrarca.

Torre di Borgunto

Fierantiquariato2-480x280_edited.jpg

Torre Cofani e Torre Lappoli. Sullo sfondo Torre Borgunto

6415698_edited.jpg

Torre del Palazzo dei Priori (attuale Palazzo Comunale

Paturzo - Brunacci - La Cittadella scomparsa

Le Case-Torri medievali, dei nobili e dei ricchi mercanti in una ricostruzione che mostra la doppia natura di abitazione e di luogo di lavoro, anche fortilizio  in caso di difesa dagli attacchi contro la famiglia

Oltre le torri citate e quelle ancora esistenti sappiamo che tracce di numerose altre, attraverso verifiche catastali e sopralluoghi in loco,  possono essere individuate in edifici vari , in diverse zone della città : lungo il Corso nel negozio Bindi, la torre Apolloni già citata e la casa torre di S. Niccolò, quella inglobata a fianco della chiesa di S. Benedetto, in S. Clemente, o anche  la casa torre all’interno di un abitato di via Mazzini. Alcune memorie storiche riferiscono l’esistenza fino al XVIII secolo, di una torre esistente in fortezza. Sicuramente il maggior numero di torri cittadine, corrispondenti al quello delle famiglie nobiliari, svettava in alto all’interno della cittadella che si ergeva, fino al XIII secolo sulla superficie dell’attuale Prato, dall’abside del duomo alla fortezza al posto della quale si innalzava il fortilizio del Cassero,. Questa più antica parte della città, definita Cittadella, venne cinta da mura e torri, prima dal Tarlati e poi dai fiorentini. Distrutta dal già citato intervento demolitore voluto da Cosimo I dei Medici, non ne possiamo individuare neppure le fondamenta, ricoperte  come sono da  sei o sette metri di terra utilizzata per il riempimento  tra i due colli di S.Pietro e S. Donato, operato durante la dominazione francese degli inizi dell’Ottocento. Sul conseguente livellamento del terreno, sorse l’attuale Prato.

Bibliografia

  • M. Bartoli -Ricerca in videoscrittura

  • G. P. Sharf- Potere e società ad Arezzo nel XIII secolo.Fondazione Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo (1214-1312)- Spoleto, 2013

  • V. Franchetti Pardo-Le città nella Storia d’Italia- Arezzo – Ed.Laterza, Bari, 1986

  • F. Paturzo  G.Brunacci- La cittadella scomparsa-Letizia Editrice, Arezzo, 2007

bottom of page