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a cura di Lions Club Arezzo Chimera
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Le Colonne Lorenesi

a cura di Pierangelo Casini

Le colonne segnavia del Granducato sono anche conosciute come Colonne Lorenesi, o Colonne del Manetti, l’architetto ingegnere a capo dell’ Ufficio della Direzione del Corpo degli ingegneri di Acque e Strade che insieme al collaboratore Carlo Reishammer  le progettò per conto di Leopoldo II di Lorena nel  1840.

sono imponenti strutture architettoniche, che punteggiano il paesaggio toscano con il loro carattere distintivo. Infatti, realizzate nell’intero territorio del Granducato, indicano le direzioni di quelle che furono le “strade regie”,  continuando gli interventi sul territorio che avevano reso illuminata l’amministrazione dei Lorena.

La cattiva amministrazione del territorio degli ultimi Medici aveva infatti generalmente reso inagibile la già insufficiente viabilità della Toscana. Uno degli ambiti cruciali dell’amministrazione lorenese fu il riordino e il potenziamento del sistema viario non solo per usi militari, ma anche e principalmente per sviluppare il commercio dei prodotti agricoli. Già dalla seconda metà del Settecento, Pietro Leopoldo e suo figlio Ferdinando III promossero questo sviluppo; che proseguì con grande vigore nella prima metà del secolo successivo, sotto il regno di Leopoldo II: tra il 1824 e il 1859 furono completati circa tremila nuovi chilometri di strade aumentando la rete stradale toscana di circa il 50%, ponendo la Toscana e la qualità della sua viabilità ai primi posti in Europa. Le strade erano classificate in base alla competenza amministrativa per la loro gestione: maestre o regie postali (di lunga comunicazione a cura del governo), comunitative (collegavano le varie città o paesi, a cura dei comuni), vicinali (tra varie proprietà, a cura dei proprietari che le usavano). Con una rete stradale così estesa, che affiancava alle strade regie (che partivano dalla capitale Firenze) una fitta rete di strade provinciali e locali, i viaggiatori potevano facilmente incorrere in errori di percorso: nei punti nodali, vennero collocati indicatori stradali simili a obelischi. È in questo contesto che nel 1840 furono commissionate le colonne granducali note anche come Colonne Leopoldine. 

Erano note con i termini “Le Colonne”, o anche “Indicatore”  termini che spesso  hanno caratterizzato i luoghi in cui erano realizzate come ad esempio “Colonna del MontarrentI” presso Sociville, e la “Colonna del Grillo” presso Castelnuovo Berardenga; allo stesso tempo esistono località denominate “Indicatore” come quella all’incrocio tra la strada Barberinese e la Strada Maestra Pistoiese e la stessa  frazione di Arezzo che ha recepito il toponimo.

Ad oggi, risultano superstiti  solo 18 Colonne Lorenesi, delle numerose messe allora in opera.​

  • Località Capalle, Campi Bisenzio

  • Montecarelli (Barberino di Mugello)

  • Capostrada, Pistoia

  • Località Colonna, Pieve a Nievole

  • Empoli

  • Galleno (Fucecchio)

  • Lucca, Borgo Giannotti

  • Monteriggioni, località La Colonna

  • Colonna di Montarrenti

  • Colonna San Marco, Siena

  • Arbia

  • Colonna del Grillo

  • Colonna di Cortona

  • Località Indicatore, Arezzo

  • Pontassieve, località San Francesco

  • Pergine Valdarno (Arezzo), località Montalto

  • San Marcello Pistoiese

  • Orbetello Scalo

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Colonna del Grillo

Indicatore (AR)

Descrizione

Le colonne  venivano realizzate in loco in base di un progetto standardizzato: erano caratterizzate dall’alternanza di elementi  lapidei, tipici delle zone in cui venivano realizzati (nelle zone del senese, al posto  della pietra serena tipica di quelle dell’aretino, era spesso utilizzato il travertino), e parti in ghisa identiche in tutte le colonne, prodotte dalla fonderia statale di Follonica.
Le colonne poi, per dimensioni  e forma, erano pressoché uguali tra loro, per essere compatibili con gli elementi in ghisa prestampati: in “braccia fiorentine” circa 58,40 cm.
La pianta della colonna è di forma triangolare, con i lati vagamente concavi e vertici  smussati. La forma triangolare della colonna era  probabilmente dovuta al fatto che  venivano ubicati presso bivi od incroci, quasi mai ortogonali fra loro. Tale forma ben si armonizzava con una viabilità piuttosto varia e multiforme.
La forma, a grandezza variabile, si ripete in tutti gli elementi sovrapposti, costituiti dall’alternanza di pietre e fasce decorative perimetrali  in ghisa. Gli elementi lapidei sono probabilmente tenuti insieme da perni metallici interni. Anche se, dall’esame a vista dei resti della Colonna del Grillo abbattuta in tempi contemporanei da un camion, sembra che gli elementi del fusto, dell’abaco e del basamento, siano tenuti insieme dalla malta, e dal peso proprio della struttura.
Il fusto è composto da tre blocchi di pietra arenaria che si rastremano a mò di obelisco, verso il capitello.

Il basamento, in pietra, è collegato al fusto tramite una modanatura in ghisa, ornata da foglie d’acanto e poggia a terra come un gradino, parzialmente interrato, a mo’ di fondazione, per stabilizzare la struttura. Il blocco di base non ha fregi particolari ed è caratterizzato da linee semplici e pulite; di pianta triangolare equilatera, con vertici smussati. I lati, equilateri di costruzione del triangolo misurano 3 braccia fiorentine, circa  175,10 cm.

Il capitello è costituito da un echino in ghisa, ornato con motivi vegetali  ed originariamente da tre volute con funzione di mensola di appoggio, in corrispondenza degli sbalzi dall’abaco. E’ chiuso in basso da un astragalo o tondino, con profilo a semicerchio, di dimensioni ridotte rispetto all’echino. La modanatura è decorata con una serie di  fusarole (elementi ovali)  ed in alto da un un cavetto, o guscio, modanatura con profilo a quarto di cerchio concavo.

L’abaco, poggiante sull’echino, è in pietra. La pianta è sempre di forma triangolare con i vertici smussati. Ogni lato è scavato in modo da ospitare una lastra di marmo con riportanti le indicazioni stradali, sempre partendo da Firenze, verso la destinazione prescelta; lasciando a vista una riquadratura della pietra. Le lastre erano fissata all’abaco in pietra mediante appositi “chiodi” di bronzo

Nella parte superiore dell’abaco, con andamento leggermente convesso, è fissato un elemento di  ghisa costituito da un globo sormontato da una lunga punta in asse alla colonna. La sfera sormontata dal puntale era uno dei simboli araldici del casato dei Lorena.

Colonna di Cortona

Montalto (Pergine V.no)

Le colonne lorenesi sono quindi un'imponente eredità dell'amministrazione illuminata di Pietro Leopoldo, nell'ambito degli interventi volti a modernizzare e migliorare il territorio toscano nel XVIII secolo. Attraverso queste colonne, Leopoldo II continuò l'opera di suo padre, contribuendo alla creazione di un sistema di segnalazione stradale efficace e riconoscibile.

Oltre a fornire un punto di riferimento per i viaggiatori, le colonne lorenesi svolgevano anche un ruolo simbolico di legame tra le comunità toscane: un simbolo tangibile di unificazione e progresso, sottolineando l'attenzione dedicata all'infrastruttura stradale da parte dell'amministrazione Lorena.

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