
a cura di Lions Club Arezzo Chimera


Guitto
a cura di Roberto Cecchi, con contributi da: Studia Rapido - Wikipedia - Vincenzo Lisciani Petrini
Guittone d’Arezzo nacque ad Arezzo tra il 1230 e il 1235 da un certo Viva di Michele, camerlengo (tesoriere) del Comune. Guittone era fervente guelfo; dal carattere molto forte, fu il poeta italiano più importante prima di Dante.
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Sul suo nome sono state avanzate alcune ipotesi: c’è chi lo fa derivare dal vezzeggiativo “Guittoncino”, oppure da “guitto”, un nome spregiativo per indicare persone sudice, vili e spilorce. Guittone stesso, in alcuni sonetti, ammette che il suo nome è “ontoso e vile” (sonetto 234). ​
Autodidatta, trovò in Arezzo un centro di assoluta preminenza culturale nella Toscana del tempo: uno Studium generale, i cui ordinamenti erano tra i più antichi d'Europa; ed è verosimile che già all'epoca Arezzo godesse di un prestigio culturale adeguato. Guittone poté approfittarne per maturare uno stile poetico personale.
Durante tutta la giovinezza viaggiò spesso: sicuramente fu a Pistoia, presso la corte dei conti Guidi di Romena. Ebbe moglie e tre figli, ma "a mezza etate", amareggiato dai troppi contrasti, come vedremo più sotto, colto da una forte crisi spirituale, lasciò la moglie e i figli, andò in esilio volontario via da Arezzo ed entrò nell'ordine religioso di recente creazione dei Cavalieri di Santa Maria detto anche Frati della Beata Gloriosa Vergine Maria (i cosiddetti frati Gaudenti), nei quali si accedeva anche in base al censo, testimoniando così una sua estrazione familiare piuttosto alta.
Guittone morì nel 1294 a Bologna, lasciando dietro di sé uno stuolo di imitatori in ogni città dell’Italia centrale e centro-settentrionale (i “guittoniani”).
Guittone d'Arezzo
Di Guittone restano circa 300 componimenti poetici: da un lato le rime amorose e civili (di 'Guittone'), dall’altro quelle successive alla conversione, morali e religiose (di 'fra Guittone'), fra le quali alcune laudi (di quest’ultimo genere egli sarebbe stato, secondo alcuni studiosi, l’iniziatore letterario). Nella canzone "Ora parrà s'eo saverò cantare" rifiuta la produzione letteraria precedente, arrivando a paragonare l'amore con il follore (follia).Dalle sue opere, e specialmente dalla lettura delle sue lettere, emerge il quadro di una personalità forte e di grande cultura europea, nonostante le dure critiche poi mossegli da Dante.

Le Rime
Il canzoniere di Guittone è particolarmente ricco, con 50 canzoni e 251 sonetti. E’ una corona di componimenti amorosi, legati tra loro da uno sviluppo macrotestuale (che anticipa per alcuni aspetti la struttura del Canzoniere petrarchesco) e da elementi microtestuali, quali riprese rimiche, allitterazioni e altre figure retoriche, ereditate in gran parte dalla tradizione trobadorica.
Nella vasta opera di Guittone si contano anche circa 50 lettere di argomento civile e cortese. Celebre anche la poesia Tuttor ch'eo dirò gioi, gioiva cosa, un inno alla gioia amorosa; gioia che si impadronisce dell'animo dell'uomo e gli permette di intraprendere un'esaltante avventura, generando a sua volta altre emozioni gioiose.
Per quanto riguarda l’impegno politico, Guittone fu, come detto, di parte guelfa in un periodo molto complicato per Arezzo. Ma Guittone, dopo gli iniziali fervori politici, si indignò a causa del malcostume e dell’arrivismo dei suoi concittadini e così, dal 1257, si ritirò da qualunque partecipazione attiva alla vita politica, limitandosi a essere un intellettuale.

Era il tempo della battaglia di Cortona (1259) che mise a repentaglio l’alleanza di Arezzo con Firenze. Arezzo assediò Cortona: Guittone era contrario, consapevole delle possibili ritorsioni Fiorentine: ed infatti fu da loro distrutto il Castello di Gressa, nello stesso del febbraio 1259. In quello stesso anno G. si allontanò quindi da Arezzo e cominciò a peregrinare di città in città, lungo l’Italia centrale. Con accenti nostalgici, Arezzo è raffigurata in preda alla guerra; vi regnano villania e ingiustizia ma nondimeno, ristabilite ragione e pace, G. dichiara di desiderarvi il ritorno. Contro la sua città non pronunciò mai parole di definitiva condanna, conservando, al contrario, un profondo affetto per essa e per i suoi abitanti (ed esempio nella lettera XXVII).
Fu proprio in seguito al rivolgimento dell'assetto politico aretino dopo Montaperti (vv Battaglia di Montaperti: Arezzo tra Guelfismo e Ghibellinismo in Toscana) che maturò in G. la scelta di aderire, intorno al 1265, all'Ordine dei cavalieri di S. Maria gloriosa ("milites beatae Virginis Mariae", o Milizia della Vergine). G. affidò a una canzone-sirventese, Gente noiosa e villana, il resoconto delle ragioni personali di quella risoluzione, sistemate in una minuta cronaca storico-politica.
I "milites beatae Virginis Mariae" sorsero dopo la scomparsa della Milizia di Gesù Cristo, con l'intento di arginare la diffusione dell'eresia nelle città nonché di pacificare le fazioni in lotta, mirando sempre a tutelare gli interessi ecclesiastici e opponendosi alle iniziative comunali, specie se ghibelline.
G. era compatibile con i requisiti richiesti: potevano entrare tra i "milites beatae Virginis Mariae" anche i coniugati, cui era riservato il diritto di risiedere nel proprio domicilio. Come ai conventuali (i confratelli, chierici e laici, non coniugati che invece dimoravano in convento) anche a costoro era imposto, oltre a qualche pratica ascetica, di astenersi dal ricoprire cariche pubbliche e di preservarsi immuni da eresia e usura. Con la loro promissio facevano voto di obbedienza e castità coniugale ed erano tenuti a recarsi in convento mensilmente e a partecipare ai capitoli, generali e provinciali. G. era cioè una sorta di cavaliere cristiano; cavalieri capaci di ricorrere anche alle armi per la difesa della fede cattolica: erano tempi piuttosto turbolenti. È evidente che questo movimento aveva un forte connotato politico e che G. ne sposò gli ideali. Era una crociata di tipo nuovo, adatta a un territorio, l'Italia settentrionale, che preoccupava la S. Sede, già impegnata a contrastare il dilagare dell'eresia. Lo scopo era far fronte a quel tumulto cittadino che, originato a monte da un'acerrima conflittualità tra Impero e Chiesa, si stava propagando in tutti i comuni della Penisola Italiana. Come? Promuovendo contro l'autonomia comunale l'istituzione di stati regionali, sotto la guida delle città più floride, che dall'alto della loro posizione super partes sovrintendessero alla facinorosità particolaristica dei comuni assoggettati (nel caso della Toscana, si auspicava l'egida di Firenze, seppur niente affatto super partes).
L'Ordine militare era suddiviso in province (la Toscana ne era una), amministrate da un priore provinciale. Ad Arezzo, l'Ordine possedeva un monastero fuori le mura, in una località denominata Fonte Veneziana, mentre Pisa, dove G. si recò più volte, era sede dei novizi.
Molta parte dell'epistolario di G. testimonia una fase di vera e propria propaganda per l'Ordine. All'ambito morale rinviano pure i componimenti in cui G. rimpiange il tempo trascorso tra i vizi ed esorta gli amici a perseguire il bene. La celebrazione del vero amore contro l'amore carnale della sua gioventù, culmina nel Trattato d'amore.
I suoi interessi per gli affari secolari così non svanirono di punto in bianco, ma piuttosto mutarono prospettiva, abbandonando gli affanni di un'insulsa faziosità politica in cambio di una più pacata e fiduciosa filantropia.
Ma anche in questa esperienza, la condotta immorale di molti confratelli finì col deludere le aspettative del nostro: la consuetudine con il lusso e, più in generale, la prevalenza delle cure terrene sull'originaria missione resero i membri dell'Ordine invisi a tutta la comunità di fedeli, come palesa l'appellativo ben noto di frati gaudenti, diffuso sin dagli esordi. Nel canto XXIII dell'Inferno di Dante, si guadagneranno la fama di ipocriti.
Spinto dalle delusioni, G. scelse una vita religiosa più radicale: abbandonò definitivamente moglie e figli, e presumibilmente divenne conventuale rimanendo laico.
I temi dell'opera di Guittone d'Arezzo – come già ricordato - spaziano tra i due più grandi poli d'interesse di Guittone: amore e politica; ed entrambi i versanti risentirono profondamente della conversione. Se infatti nel pieno della fase giovanile il suo impegno letterario si sostanziava nell'accesa critica di un certo amore languido e licenzioso, rintracciabile nella poesia di trovatori e siciliani - per il nostro niente più che una sfrenata sensualità e un indulgente soddisfacimento delle debolezze della carne - in seguito poi alla monacazione rincara la dose polemica, insieme affinandola, e intercetta nelle Sacre Scritture il modello d'amore positivo da contrapporre finalmente a quello finora tanto deprecato senza una reale alternativa. L'amore descritto da certi lirici materialisti vorrebbe eccitare i sensi, con spregevole cognizione di causa: sentimento che va invece mortificato nella sua essenza stessa, ricacciato nell'oblio dell'indicibile, affinché non faccia marcire tutto il corpo, poi gettato tra le fiamme voraci dell'Inferno. Va invece coltivata una casta, morigerata, salutare passione per il Signore.
Anche per quanto concerne l'impegno politico, ad una prima fase in cui l'adesione alla causa guelfa era sfacciata e priva di tolleranza succedette una seconda più severa e disciplinata, che fece proprie le istanze dei Frati gaudenti.
Linguisticamente oscillò tra una posizione di rigoroso attaccamento alla parlata toscana, popolana e mercantile, e una più aristocratica, fedele alla grande tradizione occitana e francese che tanto successo e adesioni avevano raccolto (e raccoglieranno) in Toscana, regione da sempre particolarmente legata alle Gallie transalpine (forse ad esclusione proprio di Arezzo).
La sua lirica d’amore deriva dai Siciliani ma anche dai Provenzali, dai quali Guittone d’Arezzo riprende nella tecnica versificatoria, la tendenza al trobarclus (il poetare oscuro). Ma Guittone si colloca in un'ottica piuttosto critica, dovuta, come visto, all'inconciliabilità fra la visione cortese dell'amore e la morale cristiana. E’ così che la sua poetica diverge, lasciando il passo allo stilnovismo, come vedremo.
Fino alla sua entrata nell'ordine dei frati gaudenti, si può identificare un periodo "giovanile" nel quale la denuncia verso l'amor cortese assume toni sarcastici e dissacratori, e l'amore viene visto come una "malattia" dalla quale si può e si deve guarire. Nella sua fase più matura, G. pur senza rinunciare alla sua animosità assume un contegno più moraleggiante, rivolto maggiormente alla catechesi e all'istruzione dell'uditorio. Le canzoni si fanno di tono più ascetico, e vengono composte anche delle laude.
Spesso nei suoi versi c’è un virtuosismo insistito e ostentato. Ma l’apporto più originale di Guittone d’Arezzo alla poesia del Duecento va individuato nella canzone politica e civile. Anche in questo caso, egli si rifà alla tradizione provenzale sirventese (componimento poetico e musicale di origine provenzale di argomento per lo più didattico, moraleggiante, politico, satirico che si “serve” dello schema metrico della canzone, che tratta invece argomenti amorosi) e del planh (compianto, componimento poetico dei trovatori di contenuto amoroso, storico, in morte di un personaggio e per altri dolorosi avvenimenti).
Ma l’alta eloquenza, il vibrante sarcasmo, la sdegnata passione che animano una canzone come Ahi lasso, or è stagion de doler tanto, rivelano la viva e diretta partecipazione del cittadino comunale che s’impegna nella lotta politica, in ciò distinguendosi dall’analoga poesia provenzale prodotta da letterati che esprimevano invece gli interessi del proprio signore.

​Dal punto di vista tecnico, Guittone è probabilmente il poeta duecentesco più influente, un punto di riferimento per molti altri poeti e la principale ispirazione dei primi tentativi poetici anche del giovane Dante Alighieri. Ebbe contatti con tutti i poeti dell’epoca e in particolar modo con il creatore dello Stilnovo, Guido Guinizzelli. La sua poesia fece scuola, detta “guittoniana” - comprendeva tra gli altri Dante da Maiano, Monte Andrea e Chiaro Davanzati– scuola che sicuramente favorì una poetica più vicina alla concretezza del reale, con un linguaggio più duro e realistico: per questo i guittoniani furono in polemica con gli stilnovisti (vv Pertrarchismo ed antipetrarchismo). In sostanza Guittone fu una personalità poetica di assoluto rilievo, se non fosse stata oscurata così presto dagli stilnovisti. «Non è poeta e non è neppure artista: gli manca quella interna misura e melodia, che condusse poeti inferiori a lui di coltura e d’ingegno a polire il volgare. È privo di gusto e di grazia», dice De Sanctis (F. DE SANCTIS, Storia della letteratura italiana, Bur, Milano 2013, p. 93).
Giudizio ripreso in buona parte da quello altrettanto severo di Dante: «in vocabulis atque constructione plebescere» (De v. e., II, VI, 8), «è rozzo nelle parole e nella costruzione», con riferimento a uno stile opposto a quello che inaugurava in quegli stessi anni l’altro Guido (Guinizzelli). Uno stile più basso, di più immediato realismo, un volgare ‘municipale’, dice Dante, alludendo a una lingua non capace di assumere un rilievo nazionale (differentemente da quanto riteneva per se stesso).
Il verdetto dantesco peserà a lungo sul poeta aretino, a partire non solo dal De vulgari eloquentia, ma soprattutto a partire da quanto afferma il poeta fiorentino nel Purgatorio attraverso le parole di Bonagiunta Orbicciani (Purgatorio, XXIV, 55-57):
"O frate, issa vegg’io", diss’elli, "il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!
E ancora, due canti dopo, per bocca di Guido Guinizelli in persona (Purgatorio, XXVI, 121-126):
A voce più ch’al ver drizzan li volti,
e così ferman sua oppinïone
prima ch’arte o ragion per lor s’ascolti.
Così fer molti antichi di Guittone,
di grido in grido pur lui dando pregio,
fin che l’ ha vinto il ver con più persone.
Dobbiamo però riconoscere molti meriti a Guittone: ha ideato il sonetto comico, che tanta fortuna avrebbe avuto con Rustico Filippi e Cecco Angiolieri, e ha superato la frammentarietà del singolo sonetto come espressione di un momento lirico inventando la catena dei sonetti con una tensione narrativa. È stato un bravo sperimentatore e il giudizio di Dante è calibrato, in fondo, solo sulla scarsa raffinatezza del suo dettato. Dante intuisce che Guittone non era in grado di innalzare oltre il suo stile: era cioè costretto a un unico modo di scrivere, impastato di quel gergo municipale che lui mirava invece a superare.

Voi che penate di saver lo core
di quei che servon l’amorosa fede,
partite vo da ciò per vostro onore;
ch’onne peccato è, ’nver de quel, mercede.
Ch’un omo ennudo e de lo senno fore
or miri quel che fa, om che lo fede!
Ché tal è quei, cui ben distringe amore,
che d’occhi né di cor punto non vede.
Ennudo sta, e non se pocovrire
de demostrar la sua gran malatia
a lei, che pote lui di ciò guerire.
Donque chi ’l vede, in sé celar lo dia
e contastallo a chi ’l volesse dire,
per star cortese e fuggir villania.