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a cura di Lions Club Arezzo Chimera

AQUEDOTTI ARETINI

L’Acquedotto Vasariano, che non fu costruito dal Vasari… e gli acquedotti precedenti

a cura di Roberto Cecchi, con informazioni tratte da: sito ‘discoverarezzo’, ‘UP Magazine’, ‘Qui News Arezzo.it’ intervista Ilaria Pugi, ‘Trekkingarezzo.com’, libro "Villa degli Orti Redi, un giardino da riscoprire" di Anna Bartolini e Patrizia Fazzi

L’Acquedotto Vasariano di Arezzo, una delle più affascinanti opere di ingegneria idraulica della Toscana, da oltre quattro secoli caratterizza la periferia nord orientale della città con le sue 52 arcate monumentali che ricordano quelle degli acquedotti romani. Il percorso dell’acqua inizia alle pendici dell’Alpe di Poti e si conclude nel cuore della città.

 

 

Ma agli inizi del Cinquecento secolo l’acquedotto trecentesco, che intercettava la falda acquifera nella zona di Cognaia, alle pendici dell’Alpe di Poti, era anch’esso ridotto in pessimo stato. Nel 1527 la Fonte Veneziana smise di funzionare e tra i colpevoli del disservizio Vasari indicò quegli aretini che deviavano il corso dell’acqua per i loro comodi, come ad esempio annaffiare orti e campi. tra questi c’era la famosa villa degli Orti Redi, il cui primo proprietario fu in verità un ingegnere idraulico della famiglia Fossombroni, che a sue spese riparò l’acquedotto oramai in rovina e dismesso, per portare acqua ai propri terreni. In seguito la Fraternità chiese ed ottenne di potersi riappropriare, per il superiore bene comune delle acque del vecchio acquedotto, accettando di pagare un rimborso e che la Villa continuasse ad usufruire dell’acqua che poteva passare da una tubazione collegata, del diametro di un Tallero, moneta di quel tempo (tale diritto si nominò il ‘Tollero di Villa degli Orti’). Ma nel frattempo molti altri privati si erano collegati, più o meno arbitrariamente alla conduttura e nacquero una serie di contenziosi. Alla fine la Fraternita dei Laici decise di porre fine alla deficienza di approvvigionamento idrico, che nei mesi estivi provocava disagi alla popolazione, “quale simbolo di misericordia corporale per portare acqua agli assetati”, stabilendo di portare una nuova conduttura dentro la città a sue spese. Ottenuti i relativi permessi dal granduca Cosimo I de’ Medici, affidarono il progetto allo stesso Giorgio Vasari, a cui si devono i primi studi di fattibilità. L’aretino si dedicò alla ricerca degli antichi “doccioni” di Cognaia, quindi valutò il modo per deviare l’ultimo tratto del vecchio acquedotto e livellare il terreno per portare le acque captate fino alle mura cittadine. Da lì bisognava però giungere in Piazza Grande attraverso un lungo tunnel. Ma nel 1574 Vasari morì, lasciando tutto in stato embrionale. Solo nel 1590, i rettori della Fraternita dei Laici, con un nuovo benestare del granduca Ferdinando I dei Medici, incaricarono l’architetto Raffaele Pagni di riprendere in mano il progetto. I lavori iniziarono il 16 maggio 1593 e si conclusero nel 1603 sotto un terzo architetto, Gherardo Mechini. Il progetto finale consisteva in due parti sotterranee e una parte esterna. Grazie a una galleria filtrante di presa, le acque venivano canalizzate per raggiungere l’area bassa del colle di San Fabiano.

Poco note sono tutt’oggi, ad est della città, immerse nella natura, le conserve - dalle quali prende il nome l’omonima via -, cioè depositi con copertura a botte che servivano da punti di raccolta e di purificazione per le acque incanalate dalla falda di Cognaia, che da qui iniziano il loro viaggio verso il centro di Arezzo. Assieme alla “Conserva grande” e alla “Conserva piccola”, si osservano anche i pozzi d’aerazione detti Smiragli. Nel corso dei lavori di ristrutturazione di questi depositi, effettuati negli anni Trenta del secolo scorso, sono state ritrovate due teste equine e una testa leonina in materiale lapideo, risalenti al tardo cinquecento e oggi conservate nel chiostro del Museo Nazionale di Arte Medievale e Moderna della città. Esse erano parte di una serie di serbatoi comunicanti dai quali, attraverso le loro bocche, passava l’acqua da una vasca all’altra per la decantazione. 

A poca distanza dalla Torre di Gnicche inizia la fase all’aperto, fatta di 52 arcate monumentali che ricordano quelle degli acquedotti di epoca romana, utili a sostenere la condotta pensile fino ai piedi della collina di San Donato. Dopo gli archi l’itinerario dell’acqua torna sottoterra attraverso una galleria e, dopo un toruoso percorso per mantenere le giuste livellature, sfocia nella parte bassa di Piazza Grande, pensate con solo una 15na di cm di dislivello dalla sorgente, dopo un percorso di 8 km circa, andando ad alimentare un’elegante fontana monumentale progettata nel 1603 dallo stesso Mechini come degna conclusione dei lavori. Ma la forma originale della fontana fu ancora sostituita il 15 novembre 1794 con una nuova struttura marmorea – quella attuale - realizzata da Lorenzo Gugliantini.

Nel I° secolo d.C. la Arretium romana era servita da un acquedotto che anch’esso incanalava l’acqua dall’Alpe di Poti, in località Fonte Mura (dove più modernamente una azienda di imbottigliamento delle acque minerali ha operato fino al 2002). Quella conduttura, capace di servire anche le Terme romane di Arretium, alla fine del XIII sec. era in stato di abbandono.

Fu proprio Giorgio Vasari, nell’edizione delle sue “Vite” del 1568 a raccontare che Jacopo del Casentino venne incaricato dal governo cittadino, a metà del Trecento, di progettare un nuovo tracciato: l’artista di Pratovecchio fece terminare la condotta alla Fonte Veneziana, dove ancora oggi si vedono i pochi resti del manufatto, di fronte al Palazzo della Giustizia di Arezzo.

Fonte Veneziana

LA VALORIZZAZIONE - Alla fine del 2017 la Fraternita dei Laici ha inaugurato all’interno del suo storico palazzo di Piazza Grande una stanza denominata “Sala dell’acquedotto”, dove si possono ammirare disegni e documenti che riguardano l’infrastruttura, studi di operazioni migliorative e indagini sul suo stato di salute nei secoli, nonché un video che ne racconta le principali vicende. Pezzo forte è l’enorme tela a olio denominata “Pianta del condotto vasariano di Arezzo e della Fonte della Piazza”, eseguita nel 1696 dal cartografo e impresario edile Giovan Battista Girelli, dove si ammira il percorso completo dell’acqua da Cognaia al centro di Arezzo.

IL RESTAURO - Recenti restauri iniziati nel 2014 sono terminati nel 2022. Nel prossimo futuro gli archi verranno valorizzati tramite un percorso pedonale lastricato di fianco alle arcate, che saranno illuminate di notte, con un contributo anche del nostro Lions Club Arezzo Chimera. La Brigata Aretina degli Amici dei Monumenti, infine, ha già dato la sua disponibilità a sostenere il restauro delle due edicole sacre posizionate in uno degli archi dove si uniscono via Gamurrini e via Tarlati.

A quel punto la passeggiata intorno all’acquedotto sarà a tutti gli effetti una delle più belle e ambite dell’intero territorio.

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