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Libera discettazione a-scientifica sul nostro (aretino) Arno

a cura di Roberto Cecchi

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Il solito Dante citando l’Arno e la sua valle, laddove dice come gli aretini siano botoli che ringhiano più di quanto la loro forza consenta e come [la valle] "a lor disdegnosa torce il muso", non si limita in realtà a disdegnare gli aretini, ma tutti i toscani, sottolineando anche come tale fiume passi prima attraverso territori abitati più da porci che da uomini (il Casentino), ed in seguito descrive come essa incontri i lupi fiorentini ed infine le volpi pisane; accomunando tutti i toscani in un giudizio comunque negativo.

La realtà è che l’Arno nasce aretino, dal versante sud-ovest del Monte Falterona e sebbene non abbia risparmiato con la sua irruenza neppure il nostro territorio, ha fatto molti più danni a Firenze (ed a Pisa) che a noi; quasi letterariamente fosse mano vendicatrice dei tanti soprusi patiti dalla sua terra di origine; quasi memore del tanto sangue aretino di cui si riempì in quel di Campaldino.

Innanzitutto l’Arno nasce, nell’era preistorica, destinato a procedere dritto a sud, uscendo dal Casentino in Valdichiana per terminare affluente del Tevere; del tutto incurante di Firenze. Sarà solo in un secondo tempo (molto tempo dopo) che giunto nella zona tra Ponte Buriano e le gole intorno all'invaso de La Penna, causa erosione naturale da una parte ed opera degli Etruschi dall’altra, volge il suo corso di 180 gradi tornando verso nord (attorno al Pratomagno) e proseguendo poi ad ovest raggiungerà Firenze e Pisa. Sembra quasi che gli Etruschi aretini abbiano voluto allontanare da se stessi il regime torrentizio e scarsamente prevedibile di questo fiume; che in effetti ha poi fatto non pochi danni, a Firenze soprattutto: ben 173 eventi alluvionali tra il 1177 ed il 1966 lungo tutto il territorio del fiume.

La più devastante è stata l’ultima, ma non quella che ha fatto il maggior numero di vittime: la disastrosa alluvione del 1333 (solo 44 anni dopo la battaglia di Campaldino) distrusse il Ponte posizionato dove ora sorge Ponte Vecchio, oltre al Ponte alla Carraia ed il Ponte Santa Trinita: allora il fiume traboccò il 4 Novembre (stesso giorno nel 1966) fece oltre 300 vittime alzando il livello in alcune zone della città di oltre 6 metri!

Qualche secolo dopo Giovanni Targioni Tozzetti menzionò l'alluvione del 1333, scrivendo:

“molte volte ha cagionato, e sempre più cagionerà nell’avvenire il fiume Arno, suo [di Firenze] ospite malcontento, e traditore (…) ma quel ch’è peggio, colle Fabbriche fu usurpato, e stroncato il suo Alveo naturale (…) nel 1333 a dì 4 novembre gonfissimo d’acque, e quasi sdegnato delle angustie, nelle quali pretendevano tenerlo i buoni Fiorentini, dando una furiosa capata al Ponte vecchio, e agli altri due di S. Trinita, e della Carraia, gli rovinò, e gli portò via insieme colla Pescaia d’Ognissanti; indi per rimettersi in possesso del suo antico e conveniente letto… “

Le principali di tante esondazioni furono a Firenze quelle del 1177, 1269, 1333, 1547, 1557, 1589, 1740, 1758, 1844, 1966

a Pisa quelle del 1167, 1680, 1777, 1869, 1913, 1920, 1937, 1944, 1966

Nel 1177, il 28 ottobre secondo Marchionne di Coppo Stefani  e sempre il 4 Novembre secondo Simone della Tosa è la più antica alluvione documentata per la città di Firenze. La forza del fiume trascinò via anche il ponte Vecchio, allora l'unico della città, il quale venne poi ricostruito leggermente più a valle, nella posizione odierna.

Il 1º ottobre 1269  (Malispini)  furono travolti i ponti dei Frescobaldi e alla Carraia,

Il 4 novembre 1333 è considerata, abbiamo visto, la più catastrofica, facendo crollare tutti i ponti cittadini, tranne il ponte di Rubaconte. In quell'occasione andò perduta la statua di Marte citata da Dante, (fatto letto come presagio di sciagure: 15 anni dopo fu la terribile epidemia di peste nera che falcidiò la città).

Il 13 agosto 1547  (Bernardo Segni, Scipione Ammirato e Giovanni Battista Adriani)  esondò il Sieve, distruggendo il ponte di Pontassieve e il vicino convento dei Francescani. Poi esondò l’Arno e l'acqua raggiunse quasi i sei metri nella zona di San Salvi. Si allagò oltre mezza città, si contarono oltre cento morti in città, altri cento morti nel Mugello, e sessanta corpi annegati ripescati sui greti. Trecentomila scudi di danni, tra la città e il contado.

Il 13 settembre 1557 fu un’altra delle più catastrofiche della storia della città toscana.

(Giovanni Battista Adriani, storiografo ufficiale di Cosimo I de' Medici. Filippo Baldinucci, Lasca, Remigio Nannini, Francesco Vinta).

Per due giorni piovve quasi ininterrottamente dal Casentino, in giù; esondò il Sieve nel Mugello, che fece vittime e abbatté ponti, mulini, gualchiere e case. Alle 3 della notte travolse nuovamente il ponte Santa Trinita parzialmente il ponte alla Carraia ed il ponte di Rubaconte. Una strada particolarmente flagellata fu via Verdi, rinominata "via del Diluvio". L'allagamento delle cantine portò a una scarsità dei generi alimentari, che ivi venivano solitamente conservati (ma fu salvo il vino perché quell'anno non si era ancora fatta la vendemmia).

L’alluvione del 3 dicembre 1740 fu straordinaria per l'ampiezza delle zone allagate (Giovanni Lami).

L’alluvione del 3 novembre 1844  fu l'ultima grande inondazione dell'Arno prima della più celebre del 1966 (Giuseppe Aiazzi e Filippo de' Boni). Anche questa volta il 3 novembre!

L’alluvione del 4 novembre 1966  fu uno dei più gravi eventi alluvionali accaduti in Italia, e causò forti danni non solo a Firenze ma in gran parte della Toscana ed ebbe un'eco mediatica internazionale. L'alluvione colpì l'intero bacino dell'Arno, sia a monte sia a valle della città. Il livello delle acque raggiunto superò in tutta la città quanto marcato per qualsiasi alluvione anteriore, facendone sicuramente l'alluvione più forte e disastrosa mai registrata in città, sebbene grazie a una serie di fortunate circostanze il numero di vittime si fermò a 35, di cui solo 17 in città.

 

Alluvioni di Pisa

Pisa è l'ultima grande città che il fiume attraversa prima di giungere al mare. Una volta la foce era collocata nelle vicinanze di Pisa e sfruttata come porto dall'allora potente Repubblica Marinara: il progressivo depositarsi di materiale trasportato dalle acque ha allontanato la foce dalla città, di 8 Km! Il problema delle continue alluvioni del fiume ha indotto ad una modifica continua del tracciato fluviale, con la creazione di nuove anse a monte della città pisana e la rettificazione del corso a valle della stessa, nonché con la costruzione di un elaborato sistema di fossi e infine dello scolmatore dell'Arno.

Nell'autunno 1167 si contarono 9 esondazioni tra settembre e novembre. Seguì un inverno rigidissimo, con la superficie del fiume che arrivò a congelarsi per svariati giorni.

Nel maggio 1680   le acque del fiume superarono di 30 cm gli argini, alti a quel tempo 4,60 metri. Nel 1777   l’alluvione convinse le autorità a costruire muri di contenimento più alti e resistenti. Ma questi parapetti, considerati eccessivi, vennero ridotti nel 1836 di quasi un metro, nuovamente deboli nel contrastare le successive piene più violente dell'Arno. nel 1869, nel 1913, nel 1920, nel 1937, nel 1944, nel novembre 1966

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Lapide latina sul Ponte vecchio relativa al crollo del 1333 e successiva ricostruzione

Lapide latina sul Ponte vecchio relativa al crollo del 1333 e successiva ricostruzione

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Livelli delle acque a confronto nel 1557 e nel 1966 su casa del Diluvio, piazza Santa Croce, Firenze.

altezza delle acque nel 1740, presso il portale della chiesa di San Jacopo, in via Ghibellina

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1937

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1944

1869

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Per dirla in breve il nostro fiume nasce a Capo d’Arno a 1358 mt sul versante meridionale del Monte Falterona e sfocia dopo 241 chilometri a Bocca d’Arno nel Mar Ligure (sì, avete letto bene: il Tirreno inizia a sud di Baratti). La sorgente è raggiungibile con qualche ora di cammino nel bosco e si vedrà semplicemente l'acqua sgorgare da un punto fra le rocce. Un punto senza alcun artifizio ostentatore, che passerebbe del tutto inosservato se non fosse per una semplice targa che riporta le parole di Dante Alighieri "Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona e cento miglia di corso nol sazia" (Divina Commedia, XIV Canto del Purgatorio).

 

E' il primo fiume della Toscana e il secondo (dopo il Tevere) dell'Italia Centrale.

 

Il fiume Arno è stato uno dei principali concorrenti nella fioritura economica di tutta la Toscana: era ad esempio una porta d'accesso per il legname dell'Appennino e per i commerci, di cui si avvantaggiò anche Arezzo; nonché per l'attività dei renaioli, i cavatori della rena (sabbia e ghiaia) dal fondo del fiume, arrivata fino all’età contemporanea. Inoltre, l'acqua del fiume servì a fare fiorire l'artigianato e i bottegai. A due passi dalla riva, in tempo Romano molti crogioli dei Vasai aretini in quel di Cincelli; nel medioevo le fucine degli armieri, soprattutto in Casentino; e fiorivano le botteghe legate all’arte della lana, a Stia come a Firenze (una volta chiamata Fluente proprio per il flusso delle acque in Arno); come fioriva l'arte dei tintori e dei saponai. Oggi sono attività scomparse, ma a poche decine di metri dall’Arno in Firenze si trovano ancora corso de’ Tintori, via de’ Saponai, via del Tiratoio, via delle Conce, tracce di uno straordinario passato per le attività che l'uomo vi svolgeva.  Queste attività peraltro provocarono un'abbassamento del livello del fiume, che, unito alla costruzione delle pescaie e delle cinta murarie, rese il fiume non più navigabile a partire dal 1333.

Perchè si chiama Arno? Secondo l'ipotesi maggiormente accreditata nell'antichità si sarebbe chiamato Arner o Arnor, che significava "agitare" o "mettere in movimento"; e non c’è dubbio che l’Arno sia sempre stato un fiume piuttosto agitato!

Già dopo aver aggirato il Pratomagno, a 600 m. s.l.m., grazie a numerosi corsi d’acqua che lo raggiungono da qua e dal Casentino, ha un regime di acque copioso. Ma la sua corsa verso il mare non continua in tranquillità: certi toponimi, come Valle dell’Imbuto, Gola dell’Incisa, Masso della Golfolina, la dicono lunga circa le difficoltà sul suo cammino.

Tutt’oggi dal Casentino ad Arezzo, dal Valdarno a Firenze fino a Pisa, quello lungo l’Arno, per chi volesse, sarebbe un viaggio (esistono associazioni di trekking che se ne occupano) tra antichi sistemi di raccolta e incanalamento delle acque, mulini e gualchiere medievali (impianti per l’industria tessile inizialmente mossi dalla forza della corrente dell'acqua), percorsi dedicati al birdwatching, meravigliosi ponti e siti archeologici; con attenzione al fiume e al rapporto con i territori che attraversa, dalla sorgente alla foce, in contesti ogni volta diversi, in cui contemplare in che modo la forza della natura, la potenza dell’acqua e l’ingegno dell’uomo hanno creato nei secoli capolavori di incommensurabile bellezza e armonia.

Fin dai tempi gli Etruschi e poi dei Romani il fiume, allora lungamente navigabile, era parte di un sistema di collegamenti tra il Tirreno e l’Adriatico. In questo complesso percorso di collegamento nacquero Fiesole, Marzabotto, Felsina (Bologna), Arezzo, Pisa,…

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.), le pianure furono abbandonate perché meno sicure e così le opere di bonifica condotte dai Romani. La natura riprese il sopravvento e il territorio attorno al fiume si modificò rapidamente. Si dovette aspettare il Mille per vedere un rifiorire generale. L’Arno e i percorsi della via Francigena (vv Arezzo, incrocio di Pellegrini) diventarono infrastrutture viarie importanti in quanto le paludi avevano reso impraticabile la via Aurelia che correva lungo la costa. E l’impaludamento della Val di Chiana rendeva difficoltoso il transito della via Cassia a sud di Arezzo. 

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Alessandro Manzoni è una figura indissolubilmente legata alla Toscana. Le memorabili vicende di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella nei Promessi Sposi sono un capitolo fondamentale non solo della letteratura, ma anche della lingua italiana.

La questione della lingua rimaneva, infatti, irrisolta da secoli, a partire dalla monolitica “Commedia” dantesca. Ai tempi del Sommo Poeta, infatti, il volgare si articolava in numerose varianti dialettali, nobilitate anche dalla Scuola poetica siciliana, che lo utilizzavano in forma aulica nei loro componimenti.

Dopo le “Prose della volgar lingua”, in cui Pietro Bembo indicava il toscano come modello della lingua italiana, aggiungendo a Dante anche Boccaccio e Petrarca, sarà infatti il “Dell'unità della lingua e dei mezzi di diffonderla” di Alessandro Manzoni a segnare una svolta decisiva, nel 1868, a soli sette anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, il 17 marzo 1861.

Manzoni aveva già attribuito al fiorentino un ruolo essenziale nell’unificazione linguistica, sociale e culturale del paese. Nel 1827, infatti, l’autore si era recato proprio a Firenze per “risciacquare i panni in Arno”, vale a dire per sottoporre alla definitiva revisione linguistica la sua opera “I promessi sposi”, una tra le opere cardine dell’intera letteratura italiana.  (vv. Vernacolo)

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