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a cura di Lions Club Arezzo Chimera

DICONO DI NOI...

a cura di Roberto Cecchi

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Dante Alighieri

Botoli Ringhiosi

C'era una volta uno striscione allo stadio Comunale di Arezzo recante la scritta 'botoli ringhiosi'. Un appellativo ed una descrizione che viene da lontano ma che da canzonatoria e dispregiativa nel tempo è diventata anche motivo di orgoglio.

'Botoli trova poi, venendo giuso, 
ringhiosi più che non chiede lor possa, 
e da lor disdegnosa torce il muso'.

Recita così la terzina del XIV canto del Purgatorio, dove Dante, dopo aver dato dei luridi porci ai casentinesi e prima di dare dei lupi predatori ai fiorentini e delle volpi fraudolente ai pisani, parla degli aretini come popolo, descrivendo la loro indole e rendendola immortale. Gli aretini talmente rabbiosi da portare l'Arno a girare prima di Arezzo proprio per non incontrare i suoi abitanti; che l'Arno, tra Capolona e Ponte Buriano, facendo una gran volta attorno al Pratomagno, cambia direzione di quasi 180°, come se volesse dar le spalle ad Arezzo.

Dante ci conosceva bene. A Campaldino combattè contro le insegne di Guglielmino Degli Ubertini e in Casentino (ma non solo) passo alcuni anni dopo l'esilio. Sia come nemico che come 'ospite' di Arezzo, vide e toccò con mano l'animo irruento dei botoli: gente pronta a gettarsi in campo aperto a Campaldino contro un esercito numericamente superiore, pur di mantenere la propria indipendenza. Gente beffata se non tradita da un suo signore troppo incerto sul da farsi al momento di scendere in battaglia. Poi, dopo Campaldino, i troppi e tanti interessi diversi tra le diverse casate intente a non far prendere potere alla famiglia rivale piuttosto che cercare di unire le forze. Un popolo comunque battagliero, fatto di botoli ringhiosi, pronti a vendere cara la pelle sempre e comunque, a dispetto delle probabilità.

Duri, cattivi con una tempra d'acciaio, scostanti ma veraci più che mai. Così era allora e così è ancora oggi.

Pietro Leopoldo di Lorena

“Nella città di Arezzo vi è una grandissima quantità di nobiltà, oziosa, ignorante, piena di superbia e spirito di prepotenza; non mancano di talento, ma sono maligni, dediti alla satira, disunitissimi fra loro, pieni di presunzione e sempre pericolosi negli impieghi, essendo di carattere e cuore poco sincero; ed è raro trovar tra di loro uno dei cui talenti possa farsi capitale negli impieghi; il secondo ceto partecipa delle medesime qualità, in specie i procuratori, che sono molto maligni e pericolosi; i preti sono numerosi, in specie i canonici, essendovi due collegiate, ma sono ignoranti, maligni, scandalosi e causa di tutti gli eccessi che seguono nel paese e sono estremamente arditi; il popolo è dedito all’ozio, all’osterie, ad essere clamoroso ed alle risse…”

Se della famiglia Medici gli aretini raramente possano parlar bene, così non dovrebbe essere dei Lorena, alla cui politica Arezzo deve molto di più.

Ma se tanto Arezzo deve alla loro politica, la loro opinione di noi non era particolarmente favorevole...

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Andrea Scanzi

Foto da 'Medium' di Caterina Orlandi

“Arezzo è una città spigolosa e atipica, per certi versi complicata, bravissima a farsi male da sola e incline come nessuna a sottovalutarsi. …  Ma è anche - e soprattutto! - una città di bellezza totale, che sa proteggerti e sorprenderti, con vette di genio inaudite e picchi di meraviglia senza eguali. …”

Giosuè Carducci

Basterebbe Arezzo alla Gloria d'Italia

Carducci ne era convinto e ciò grazie soprattutto alla numerosità dei personaggi cui Arezzo ha dato i natali, che si sono distinti nei secoli nelle arti, nelle scienze, nella politica e nella religione, è sbandierata con orgoglio dagli aretini.

La maggior parte di questi personaggi è ritratta nella “Sala dei Grandi” del Palazzo della Provincia di Arezzo, all’interno del mastodontico affresco di Adolfo De Carolis del 1923-24, alcuni di loro sono protagonisti di monumenti e targhe che li celebrano, ma ciò che più conta è il segno del loro passaggio che si riflette ancora oggi nei vari campi in cui eccelsero.

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